La targhetta si confonde in un
mazzo di cognomi dal veneto al mediorientale, non ha nemmeno il
coraggio di nominare per intero chi la occupa. È un po’ come nelle
case dei ricchi dove i campanelli sono senza nome, chissà perché,
non credo sia per proteggere l’identità di chi vi accede, come
invece succede qui al CSM.
Mi
guardo inconsciamente intorno mentre suono il campanello, non
risponde nessuno ma il portoncino si apre quasi subito. Meno male,
cosa avrei dovuto dire a un eventuale interlocutore, salve sono X, ho
un’impegnativa urgente del medico di base? Salve sono X e ho paura
di stare impazzendo?
Salgo
le scale, capisco dove entrare perché la porta è socchiusa e
compare di nuovo l’acronimo anonimo del CSM. La sala d’aspetto è
proprio come uno se la immagina, anche lei non vuole farsi
riconoscere e ce la mette tutta per essere normale, poltroncine anni
‘90, riviste esclusivamente non di cronaca, banco dell’accettazione
in fòrmica.
Mi siedo in una delle poltroncine chiudendomi in me stesso come una
crisalide, giusto lo spazio visivo per delle occhiatine furtive agli
altri occupanti.
Parto
prevenuto, li scruto come se già mi aspettassi di trovarci qualcosa
di strano. Alla mia destra, ma saltando un posto, c'è un uomo di
mezza età dal viso stanco e l'occhio immobile, fisso, pochi capelli
e una forte pinguetudine che si nota quando si alza alla chiamata
dell'infermiera.
«
Vieni, Bruno », lo chiamano per nome, sarà un habitué. E io?
Di
fronte ho
un ragazzo, vestito come me, si guarda attorno tranquillamente e io
sospiro di nascosto:
ecco una persona che sembra normale, come me, eppure è qui. Allora
forse... Ah no, lo chiamano, è un tirocinante. Ecco.
Sbircio
oltre il banco dell’accettazione, si intravede per un attimo la
psichiatra che sta chiudendo la porta dietro al signor Bruno. Bella
donna, ha il viso mite ma fermo di chi deve essere abituato a vedersi
franare tutto addosso, dita sottili per tappare i buchi delle nostre
dighe. Mi immagino il nostro incontro, cosa mi chiederà, occhi fermi
nei miei che ballano come biglie.
Cosa
la porta qui da noi?, apprezzo il fatto che ti diano del lei,
restituisce un po’ dell’umanità che sento persa qui, o forse è
proprio la perdita dell’umanità che mi ha portato qui.
Dottoressa,
non so dove mettere l’amore, allora me lo bevo. Allora lo carico
sulla moto e mi lancio a 200 all’ora in tangenziale.
Allora me lo piango vedendo una serie sui pinguini che sono monogami,
e poi mi vergogno, e me lo bevo di nuovo. Allora me lo investo in un
lavoro difficile in tempi difficili, operatore per i tamponi del
COVID-19, e per un po’ mi sento utile e quasi importante ma poi mi
sopraffa’ e quando torno a casa me lo bevo di
nuovo e non mi rinnovano il
contratto e quando
la pandemia finisce mi sembra che nemmeno un disastro sia riuscito a
farmi mettere l’amore nel posto giusto, e me lo bevo di nuovo.
Allora dottoressa, forse io l’amore me lo so solo bere. Si può
vivere una vita intera così, lo fanno in tanti, sa? In Veneto, poi.
Bruno
è già di ritorno, stringendo la ricetta di un farmaco che scommetto
finisce in -am. I suoi occhi acquosi per un attimo si posano su di me
e subito passano oltre, come il volo di un colombo. La psichiatra
rimane sulla soglia a guardarlo allontanarsi lento e cadenzato, la
ricetta è il suo scettro stretto nel pugno. Sembra un vecchio re, un
ex comandante che si è lasciato andare e si fa
guidare da chi è più forte di lui. Esce, senza rivolgere la parola
a nessuno.
Io
sono il prossimo, lo so. Mentre aspetto che qualcuno dica il mio
nome, finalmente, rivedo
lo sguardo della psichiatra che ha accompagnato il signor Bruno per
tutto il tempo e poi penso
che magari il colloquio
posso iniziarlo dicendo
Dottoressa,
non so dove mettere l’amore, allora vorrei almeno saper
guardare.