venerdì 31 luglio 2026

Sala d'aspetto

La targhetta si confonde in un mazzo di cognomi dal veneto al mediorientale, non ha nemmeno il coraggio di nominare per intero chi la occupa. È un po’ come nelle case dei ricchi dove i campanelli sono senza nome, chissà perché, non credo sia per proteggere l’identità di chi vi accede, come invece succede qui al CSM.
Mi guardo inconsciamente intorno mentre suono il campanello, non risponde nessuno ma il portoncino si apre quasi subito. Meno male, cosa avrei dovuto dire a un eventuale interlocutore, salve sono X, ho un’impegnativa urgente del medico di base? Salve sono X e ho paura di stare impazzendo?
Salgo le scale, capisco dove entrare perché la porta è socchiusa e compare di nuovo l’acronimo anonimo del CSM. La sala d’aspetto è proprio come uno se la immagina, anche lei non vuole farsi riconoscere e ce la mette tutta per essere normale, poltroncine anni ‘90, riviste esclusivamente non di cronaca, banco dell’accettazione in fòrmica. Mi siedo in una delle poltroncine chiudendomi in me stesso come una crisalide, giusto lo spazio visivo per delle occhiatine furtive agli altri occupanti.
Parto prevenuto, li scruto come se già mi aspettassi di trovarci qualcosa di strano. Alla mia destra, ma saltando un posto, c'è un uomo di mezza età dal viso stanco e l'occhio immobile, fisso, pochi capelli e una forte pinguetudine che si nota quando si alza alla chiamata dell'infermiera.
« Vieni, Bruno », lo chiamano per nome, sarà un habitué. E io?
Di fronte ho un ragazzo, vestito come me, si guarda attorno tranquillamente e io sospiro di nascosto: ecco una persona che sembra normale, come me, eppure è qui. Allora forse... Ah no, lo chiamano, è un tirocinante. Ecco.
Sbircio oltre il banco dell’accettazione, si intravede per un attimo la psichiatra che sta chiudendo la porta dietro al signor Bruno. Bella donna, ha il viso mite ma fermo di chi deve essere abituato a vedersi franare tutto addosso, dita sottili per tappare i buchi delle nostre dighe. Mi immagino il nostro incontro, cosa mi chiederà, occhi fermi nei miei che ballano come biglie.
Cosa la porta qui da noi?, apprezzo il fatto che ti diano del lei, restituisce un po’ dell’umanità che sento persa qui, o forse è proprio la perdita dell’umanità che mi ha portato qui.
Dottoressa, non so dove mettere l’amore, allora me lo bevo. Allora lo carico sulla moto e mi lancio a 200 all’ora in tangenziale. Allora me lo piango vedendo una serie sui pinguini che sono monogami, e poi mi vergogno, e me lo bevo di nuovo. Allora me lo investo in un lavoro difficile in tempi difficili, operatore per i tamponi del COVID-19, e per un po’ mi sento utile e quasi importante ma poi mi sopraffa’ e quando torno a casa me lo bevo di nuovo e non mi rinnovano il contratto e quando la pandemia finisce mi sembra che nemmeno un disastro sia riuscito a farmi mettere l’amore nel posto giusto, e me lo bevo di nuovo. Allora dottoressa, forse io l’amore me lo so solo bere. Si può vivere una vita intera così, lo fanno in tanti, sa? In Veneto, poi.
Bruno è già di ritorno, stringendo la ricetta di un farmaco che scommetto finisce in -am. I suoi occhi acquosi per un attimo si posano su di me e subito passano oltre, come il volo di un colombo. La psichiatra rimane sulla soglia a guardarlo allontanarsi lento e cadenzato, la ricetta è il suo scettro stretto nel pugno. Sembra un vecchio re, un ex comandante che si è lasciato andare e si fa guidare da chi è più forte di lui. Esce, senza rivolgere la parola a nessuno.
Io sono il prossimo, lo so. Mentre aspetto che qualcuno dica il mio nome, finalmente, rivedo lo sguardo della psichiatra che ha accompagnato il signor Bruno per tutto il tempo e poi penso che magari il colloquio posso iniziarlo dicendo
Dottoressa, non so dove mettere l’amore, allora vorrei almeno saper guardare.


mercoledì 12 febbraio 2025

Cuori

Ho visto la tua mano strapparmi il cuore
Mi sono accorto che era marrone
E non quel rosso come lo disegnavi tu
Clavdio


Mio padre ha il cuore malato. Ovvero, funziona, ma ogni tanto arbitrariamente si ferma e magari poi riparte, dipende dall'elettricità. Il cuore di mio padre è una stufa elettrica, fa ottimamente il suo lavoro se c'è corrente ed è capace di scaldare una stanza intera, però se c'è un black out bisogna solo sperare che finisca presto, entro 60 secondi altrimenti il cervello è andato. Sono stati 40 i secondi di blocco quel giorno di agosto rovente mentre il medico in vacanza gli massaggiava il petto, lui disteso a terra come un telo cerato a coprire la barca ammiraglia che è sempre stato. Io flottiglia intanto parlavo col titolare del ristorante, dicendo con lucidità di addebitarmi il pranzo del dottore vicino di tavolo che stava salvando la vita a mio padre. La capacità di mantenere la calma in situazioni di emergenza l'ho presa da lui, come anche il cuore a scoppio. 
Il punto è che non esistono fattori scatenanti per il blocco cardiaco, se non minimi. I nostri cuori sono ussari in licenza che mentre corrono in un prato assolato per caso pestano una mina e pem!, e magari poi si rialzano, magari no. Questo meccanismo è un po’ il contrario di quello che governa l’ansia: invece di avere la paura irrazionale che qualcosa di terribile possa capitare, io so che può capitare e niente di più, né se, quando, dove. Che io ci creda o no, mi è molto più congeniale questo secondo scenario.
Il mio cuore insomma ha passato più di trent’anni a sobbalzare come Tokins, la nervosissima sveglia antropizzata di La bella e la bestia, per nessun motivo ovvero per tutti, come insegna quella pessima maestra che è l’ansia, fino a scoprirsi veramente difettoso e, dimenticavo, incurabile. Posso vivere solo così, sapendo che posso morire, ma non vale per tutti? Non siamo tutti sveglie pazze a carica limitata che se ne vanno nel mondo a cercare fervide e tremanti un tocco?
Forse è la volta buona che ci faccio finalmente pace, con il mio cuore.

sabato 22 giugno 2024

Animagus

Ci incontriamo a una festa in baita, due faine dagli occhi affamati. Io sono verde, mi hanno dipinto la faccia coi colori ad acqua e sembro il rovescio di un medaglione. Tu nero e aguzzo, una striscia ti traccia gli occhi come un avvertimento, ma quando mai ho fatto caso ai segni se non per confermare quello che già avevo deciso. « Dammi un bacio » mi dici, e io te lo do, e tu « Mi hai dato un bacio! », sembri un Peter Pan di trent’anni, quasi. Suoni anche il flauto, ecco un altro segno per chi vuole vederlo. Poi mi leggi quel brano che dice: mi piace la tua faccia quando emerge dai maglioni, e io penso che frase bellissima, non saprò mai scrivere così, e anch’io ho trent’anni, quasi, e cosa sto facendo?
Bevo, beviamo, infatti non mi ricordo quando è che ci siamo baciati di nuovo, per davvero. Forse in un vicolo, stiamo camminando vicini tutti elettrici e di colpo mi chiudi contro il muro di una via dal nome magico e poi ogni volta che ci passo sorrido e penso, quella faina aguzza.
Dieci anni dopo però mi scrivi che hai ritrovato le nostre mail, che amarezza dici, non sono cambiato per niente, ora me ne sto seduto in silenzio per mezz’ora. In me invece qualcosa è cambiato, ho girato il medaglione e ora vivo dalla parte della luce, delle ore della giornata. Però la sera quando mi spiano la fronte cercando di ricreare un mare calmo mi dico, è passato un altro giorno, cosa ho fatto, dove sono, ho quasi quarant’anni adesso davvero? Mentre scrivo il tempo sta già correndo verso quel momento della sera, e anzi scrivo proprio per potermi dire che oggi ho fatto qualcosa per fissare le lancette, non dimenticare.
Ma io stavo raccontando la storia delle due faine fameliche, e insomma il punto è che io e te non ci amiamo per davvero mai, però posso parlare ancora adesso degli occhi color tronco, del suono che fai quando mi volto verso di te a cena in baita e mi vedi per la prima volta tutta verde e con gli occhi di bosco come i tuoi, del mio letto troppo piccolo e delle tue sbruffonate, di come mi sento al caldo quando, anche solo per poco, tocco qualcuno e so che lo ricorderò. Mi hai lanciato una corda, l’ho tenuta brevemente, ma la mia mano ha ricalcato i suoi solchi e li posso ridire.
Nasciamo faine e diventiamo scimmie, sempre tutti tesi disperati e ardenti ad afferrare una liana, una corda, qualcuno.

martedì 11 aprile 2023

A millennial's pray (Una preghiera come tante)

La morte.
È quella cosa che ti ricorda che provi ancora dei sentimenti
Soffocati dalle incombenze assenze distanze resistenze violenze quotidiane.
È quella cosa che senti esistere anche se non c’è, come l’amore forse.
La morte esiste nonostante l’assenza che crea, anzi proprio in forza di essa. La morte è qualcosa che non c’è. Possiamo dirlo di altro al mondo?
E il tempo che sprechi passando il tempo non l’allontanerà, ma non puoi fare altro.
Mi è stata data una seconda possibilità, e io
Oltre al senso di colpa tutto cristiano-capitalista di non stare facendo niente con questa possibilità
Mi sento in colpa con il tempo che passa, per non venerarlo e curarlo come un bimbo
Mi sento in colpa per ogni ruga che nasce partorita dalla pelle che invecchia
(quindi vedi che si può generare anche invecchiando)
Mi sento in colpa per non dire grazie abbastanza forte o spesso
Mi sento in colpa per non trovare parole adeguate per esprimere l’inadeguatezza
Mi sento in colpa per non saper sognare come un bambino, o un bambino
Mi sento in colpa per non riuscire a perdonare veramente ciò da cui vengo
Mi sento in colpa perché volevo scrivere un apologo e invece è un peana.
E soprattutto
Quando poi arriva
Basterà tutta la consapevolezza
Ad assolvermi?

lunedì 19 dicembre 2022

Notte portoghese, cavallo bianco

Cammino rapida, quasi a scatti, ogni svolta è un’idea, ogni incrocio un pensiero fisso che si sbroglia. Le vie si dipanano come vene del braccio, il tuo, pulsano in maniera preoccupante, avrei anche potuto accorgermene. Quella che sto attraversando adesso è affiancata da un filare di alberi, ma le foglie sono stanche, come masticate dalla luce bieca della luna. In fondo alla strada si intravede una piccola chiesa, ce n’è una per ogni freguesia, anche se della toponomastica di Lisbona quello che più mi colpisce è la quantità di centri commerciali, praticamente uno ad ogni fermata della metro. Per arrivare all’ingresso del capolinea ne ho ancora, di strada, sempre sperando di riuscire a prendere l’ultima corsa, e sennò fodes tudo. Non sono uscita abbastanza in fretta da casa tua.
La cosa buffa è che, all’inizio, in quel condominio di Portela ci abitavo io, al piano inferiore, insieme a una ragazza spagnola che non ho mai visto e una estone convertita, il cui viso bianchissimo faceva tutt’uno col velo che non toglieva mai. Quando è stato altrettanto chiaro che portare alcol e uomini in casa avrebbe creato problemi me ne sono andata, ricordo che voltandomi dalla strada l’ho scorta dietro il vetro che mi guardava, anche se di solito evitava le finestre per non essere vista da qualche uomo all’esterno. Da quando sono tornata nel condominio perché al piano sopra ci abiti tu, non l’ho mai incontrata. Chissà se vive ancora lì, se ci ha mai sentiti urlare e se sì, dove ha collocato le grida nel suo universo di pensiero.
È un quartiere tranquillo, residenziale. Manco a dirlo c’è un piccolo centro commerciale - dovrei ritrovarmelo sulla destra tra poco -, un campo sportivo, il Pingo Doce. Nel negozio di animali ho preso due pesci rossi, siamo io e te, è stata un’impresa trasportarli di nascosto a casa tua, in combutta con i coinquilini. Probabilmente ora finiranno a nuotare nelle tubature del water, forse felici.
La tua rabbia è questo selciato che vuole essere calpestato senza cambiare strada, pietre portoghesi inscalfibili, inamovibili. Non c’è terreno erboso fino alla fermata, devo attraversare sassi e cemento come stanze della mente, porte ermetiche sulla torcia del cuore. Quando ti infuri perdi l’orientamento, sei una città di notte senza indicazioni.
Una volta ha chiamato tuo padre, ne intuivo la faccia sformata dallo schermo del telefono, la sua risata sapendo che ero lì con te sembrava un canto di upupe. Doveva essere molto fiero, dovevi essere molto fiero. Tra fiero e furia cambiano poche lettere, e la rabbia si trasmette col sangue se non si accende la luce al momento giusto. Mi ha cresciuto la TV, racconti, visualizzo uno schermo luminescente proiettato nella pellicola nera di occhi bambini.
Ora mi ritrovo al limitare del campo sportivo che confina con un grande parco, circondato da una rete. Il verde dell’erba è un’ombra scura estroflessa sul marciapiede, il campo sembra non finire mai. Mezzanotte meno cinque, la metro sta per partire. Accelero il passo, costeggio la rete. Ad un certo punto, una sagoma si staglia.
Forse è la suggestione di tutti i film e libri con protagoniste femminili che scappano di notte, forse è un esercizio che tutte facciamo, cosa succede se adesso vengo aggredita, sarò forte, urlerò, farò come la ragazza in quel racconto di Wallace che si salva dalla morte con parole d’amore per il suo stupratore. Se fossi tu ad assalirmi ti direi va tutto bene, non è colpa tua, però lasciami amore mio, dobbiamo lasciarci, chissà se ti calmeresti o al contrario ti gonfieresti ancora di più, bestia, bambino ferito, cammino forte fortissimo ora per superare l’ombra chiara che incombe, un flash abbagliante dal passato.
Anche il bianco della tua sclera risalta particolarmente quando ti agiti, sei incapace di contenerti come di perdonarti, da piccolo risultavi sempre primo nei test attitudinali e allora perché andavi male a scuola, nessuno capisce niente mi ripeti stringendo una canna immaginaria che non fumi più perché ti ha quasi ucciso, una piccola canna, forse la furia serve a riempire gli spazi vuoti della tua sagoma d’uomo. Penso alle sagome disegnate a terra sulle scene del crimine, mentre supero la rete e affronto l’ignoto.
Oltre le maglie della rete, un cavallo bianco mi osserva, fermo immobile nel cuore della notte. Sento la metro che parte sferragliando sotto di noi.

martedì 19 aprile 2022

Party

Like the Spanish city to me 
when we were kids
Dire Straits

 

È la notte dei fantasmi, fai attenzione, qualcuno nelle calles di Granada sta per lasciarci il cuore.

La festa è su più piani, primo calimocho e elettronica, secondo scambi di fluidi, terzo cocaina.

Le persone sono vomitate nelle strade, ingombre di ammassi che sembrano bolo, le sostanze girano come succhi gastrici. La serata inizia che è già quasi il giorno dopo, il botellon è la torcia del maratoneta nella notte chilometrica. Ci si perde, sono fatta, la tua mano unico gancio che mi tiene orientata, perno attorno a cui gira la mia testa sbronza. Al terzo piano non solo cocaina, dicono, si sentono nomi che sanno di giungla. Io sono vestita da Groucho, tu hai una ghirlanda fiorita in testa, direi che può andare. Saliamo, mi sale tutto.

Giù per le scale rovinano corpi, la musica è così alta che non so distinguere tra risa e urla. Il vino aranciato non mi interessa, le mie labbra sono già aspre abbastanza, si spaccano come zolle di terra arse, non riesco a chiuderle del tutto, è sempre così quando mi faccio. Passiamo davanti a uno specchio che restituisce l’immagine di un giardino, tu rosa, io veleno.

Al secondo piano trovo Viola, è vestita da pappagallo di pirata, si avvicina strepitando che è un costume di coppia ma non sa dove sia finito il suo Uncino. Io lo so, dov’è Uncino: piano tre.

Senza dovertelo dire mi sospingi verso l’alto, ci incastriamo alla perfezione solo quando non sono in me, sarà per questo che mi procuri sempre tu la droga. Ti amo, penso, poi me lo dimentico.

Al terzo piano c’è una festa indigena, Uncino stona tra le stoffe maculate e le teste pennute, la sua mano di ferro brilla nel buio come un presagio. Quando entri tu l’aria cambia colore, diventa soave e altissima, tutti si scostano perché i fiori sulla tua fronte sono buttafuori, buttafiori. Arrivo davanti a Uncino come per magia, invece sei tu che mi guidi. Uncino appena mi vede sorride e mi mostra tutti i suoi denti tristi: « Ayahuasca », dice.

Che bel nome Ayahuasca, se mi chiamassi così potremmo correre liberi nelle praterie o boschi o aiuole, sarei una dea dorata col capo sormontato di gemme e tu potresti specchiartici, sarei talmente importante che nessuno dotato di senno pronuncerebbe il mio nome invano, oppure andrebbe in deliquio, avrebbe visioni, s’innamorerebbe, t’innamoreresti anche tu. Sento la tua mano ancora intrecciata alla mia come un totem, mentre Uncino rovescia il capo all’indietro e inizia a rantolare.

Viola lo avvinghia, ha in bocca una canna screziata di cocaina, una zebra bianca e nera. Non l’abbiamo sentita arrivare, le pareti interne della mia bocca stanno crollando come la caverna del tesoro di Aladino. Uncino sta salmodiando, evoca mostri, sua madre fredda gelida e il biglietto del pullman in mano a quindici anni, sua sorella in clinica che non vede da quando, a Natale, suo padre ha rovesciato l’albero e poi se n’è andato, faceva caldo in modo innaturale, palme a dicembre, nemmeno il tempo può consolare se non si accorda allo stato d’animo, e poi sua nonna in una cassa e subito prima nelle fabbriche di jamon a insegnargli come salarlo, e poi Viola, Viola, pronunciando il suo nome talismanico si gira e la vede e rimane pietrificato dallo stupore. Li lasciamo così, lei che gli appoggia la canna tra le labbra dicendo non succede niente carinho, lui immobile che la fissa a occhi sbarrati, da qualche parte ho letto che Ayahuasca può uccidere attraverso la meraviglia, morte per stupore. Capitan Uncino statua di legno e il suo pappagallo invasato.

La tua mano mi porta al piano di sotto, ci sono delle stanze libere. Crollo su un letto e tu ti rovesci su di me come un fiume, ci spolpiamo fino a restare detriti, pelli appese tra le lenzuola. Il sonno è un coperchio implacabile sulle ciglia, nero e viola, ma non dura. Mi sveglio di colpo e cado dal letto, nuda.

Il pavimento è duro e freddo e io sono un mucchietto d’ossa. Non mi sono mai sentita così piccola. Sbircio in su, tu dormi senza vestiti, né freddo, né cuore. Mi alzo a sedere e le sostanze defluiscono da me di colpo, liquido amniotico al contrario, e mi sbagliavo, non mi sono mai sentita così piccola fino a ora, quando mi sollevo barcollando, ti copro col lenzuolo, infilo le mie cose e esco, nell’alba sporca e sobria, un piede davanti all’altro.

 

 

sabato 26 marzo 2022

Andrea

Hai le mani piccole, te le guardi e fai la faccia da alieno, sei buffo, piccolo buffo e rotto. Sembri un po’ Chicco, la tazzina de La bella e la bestia, piccola carina e crepata.
Mi dici, è molto importante che tu sia carina, io mi arrabbio un po’ perché non mi chiami mai bella e tu rispondi così, non so come reagire, incredibile che io me lo ricordi dopo tutto questo tempo.
Ricordo anche quando hai detto, mi scaldi qui, toccandoti il petto, mi chiedo quanto profonda potesse essere la caverna al suo interno se poi alla fine un po’ di calore ci arrivava, forse il drago dormiva.
Mi sveglio di notte, saranno le 4 ma non lo so di preciso perché in casa dei tuoi non avvisto orologi e il mio telefono chissà dov’è, sbalzato via insieme al letto, vago a piedi nudi tra muri non miei e ti trovo che giochi alla Play, ti giri sollecito con gli occhi incavati e dici ciao, ma no, torna a letto, sembra che canti, sembra sempre che canti, a volte rappi, a volte sei un oboe basso. Dovevamo sempre andarci, al karaoke, poi non hanno fatto la serata e nel frattempo non canti più.
Mi accompagni in giro per la città ad attaccare volantini per uno spettacolo teatrale, chissà come ti fa sentire, chissà se il contrappasso passa anche attraverso la carta, però ci vieni, non mi dici mai di no. Una volta addirittura mi recuperi in aeroporto portando la pizza, te l’ho chiesta io dopo una settimana di burro e patate in Estonia, scherzavo ma tu con gli scherzi fai sul serio, e mentre la mangio fredda tenendo il cartone sulle ginocchia sono felice di stare di fianco a te che guidi, però allo stesso tempo sento che non ci sei del tutto, guardi dritto verso la strada e un lago di mozzarella ci separa. L’unica volta che mi hai detto di no, io volevo che mi raggiungessi a un compleanno ma tu prima no poi sì poi non mi mandare faccine tristi, non sopporto le faccine tristiii, non capivo tutto questo accanimento contro le emoticon ma ora forse sì. Le maschere sono sempre a bocca in su e in giù, commedia e tragedia si fondono in uno stesso volto, solo non pensavo fosse proprio il tuo.
Quando vado in Sardegna per uno dei miei viaggi ti prendo una piccola maschera di cuoio artigianale, un amuleto, volevo fosse quello il senso ma magari invece era solo un altro chiodo piantato nel tuo costato. E sì che gli spettacoli migliori li ho visti con te, sul palco o insieme, ivi compreso quello show memorabile di rutti col tipo mascherato che ha fatto tremare il gazebo, ti ricordi? Com’è, smettere anche di avere ricordi?
Mi rendo conto che uno dei motivi per cui scrivo è questo, tutto passa e io sento il bisogno di fermarlo, marmorizzarlo su uno schermo, e poi quando ci torno è come aprire una scatola ed è tutto lì, suoni odori sensazioni. Com’è, smettere di sentire tutto, anche questo?
Quando sei andato al mare coi tuoi mi hai portato un sasso a forma di pinguino, ti somiglia, anche il fiore che ho preso al tuo funerale ti somiglia, lasci il segno di te dappertutto, in pochi possono farlo. Vorrei potere anche solo una volta metterci sul lettone a vedere un documentario sulle lontre che ti piacciono tanto, mi sa che anche questo l’ho assimilato da te, un altro uomo che ho amato dopo mi ha soprannominato Otter, Giuliotter nei momenti migliori.
Sono cosi tante le cose che mi evochi, e anche se la tua forma non la volevi più proiettata sui marciapiedi, si è incisa negli oggetti, nelle persone. Non credo che l’idea fosse essere dimenticato. Anche perché semplicemente, non è possibile.
Ciao Andrea.

venerdì 4 febbraio 2022

Cambiare

Mi guardo attorno e tutto è come l’ho sognato, anzi, meglio. I libri colorano gli spazi dove potrebbero acquattarsi le ombre, le piante succhiano luce e la riverberano sul pavimento in barbagli che mi fanno dire, questa non è la casa degli spiriti, è casa mia. Sono così abituata alla fantasia che la realtà mi prende alla sprovvista, è dura lasciare la vecchia pelle, diceva il pitone Kaa nelle storie di Mowgli. Perfino la paura può essere una scelta, se è familiare, e si può indossare il nero se veste meglio. 
Però sono stanca della paura, anche se mi ha tenuto per mano quando non c’era nient’altro e quindi grazie, paura. Ma ora apriamo le finestre, che entri la luce.

 

martedì 13 luglio 2021

Fobie

 
Matteo ha paura delle api. Non è proprio una cosa da eroi, però non può farci niente, quando in primavera i pollini gonfiano l'aria e ingolosiscono gli insetti lui per la paura si imbacucca tutto ed esce completamente coperto, anche se suda come una trota scongelata. Lo prendono in giro e lo chiamano la fava umana, che è un gioco di parole tra favo, cioè la casa delle api, e fava, che in toscano è uno di quegli insulti pe' sta' allegri. Non gli piace nemmeno essere toccato, in primavera, a Matteo, perché ha sempre paura che possa essere un'ape e quindi per non correre rischi evita ogni contatto.
Chiara ha paura dei germi, in particolare di ingoiarli e quindi tutto ciò che beve deve essere chiuso, sterilizzato ed etichettato. Niente acqua dalle fontanelle, che in primavera poi è buonissima perché ha il sapore delle nuvole che sgelano, niente birrette alla spina, che a mio nonno le aveva ordinate il dottore come antidepressivo. Quando non c'è la possibilità di bere da qualcosa di sigillato, Chiara ha imparato a dissetarsi inghiottendo minuscoli sorsi di saliva, il che la fa sembrare un pesce rosso molto concentrato. Non c'è sorgente di montagna o vino della casa che tenga: lei, se non è chiuso ermeticamente, non beve.
Si incontrano ogni giorno al parco, ma non lo sanno. Lei va a correre perché vuole essere magra e si porta appresso una bottiglietta d'acqua a chiusura ermetica come il cane degli alpini con la grappa al collo. Lui lo attraversa per andare a casa e sembra un mimo, senza nemmeno un lembo di pelle esposto tranne la faccia, che mostra solo perché una signora l'ha denunciato ai vigili come pervertito potenziale e loro hanno dovuto multarlo per esibizionismo.
Quando la coda di cavallo di lei frusta l'aria mentre corre si produce un lievissimo moto ventoso che arriva fino a lui e gli dà un brivido che non si spiega, allora si tira la zip della giacca su fino alla bocca. Contemporaneamente lei avverte le vibrazioni di calore prodotte dalla frizione dei vari strati di vestiti di lui e d'istinto stringe la bottiglietta d'acqua, tenuta fresca da una guaina termica. 
All'altezza del faggio rosso si incrociano, lei al trotto con entrambe le mani strette alla bottiglietta, lui scivolando silenzioso, mani in tasca e sguardo a zigzag per intercettare ronzii. Non sono importanti l'uno per l'altra, lei per lui è un frullo che allontana api potenziali, lui per lei è una guaina di forma umana, però ogni giorno si passano a fianco e senza saperlo si vedono più spesso di qualsiasi altra persona nella loro vita.
Il primo di maggio Chiara è di fretta, dopo la corsa deve andare a trovare la madre che non vede da tempo e la cosa la innervosisce, così non aggancia con la consueta dovizia la bottiglietta al marsupio da jogging. Matteo sta attraversando il parco, come sempre completamente vestito perché la stagione delle api è in corso e anzi in maggio sono ubriache di fiori e moleste peggio che mai. Quando Chiara arriva al faggio rosso la sua andatura è nervosa, al punto che per uno scatto di gamba la bottiglietta si sfila dal marsupio e cade a terra, rotolando nell'erba dritta tra i piedi di Matteo. Lui si blocca, non può fare altrimenti. In modo incerto raccoglie con la mano guantata la bottiglietta tutta sporca di terra e alza gli occhi verso di lei, che si è fermata a sua volta. Si guardano, e finalmente si vedono.
La bottiglietta è lurida di terra ma il ragazzo che l'ha raccolta porta i guanti, i germi non passano. Chiara si avvicina e Matteo sente un ronzio, si volta di scatto ma le api non ci sono. Lei si fa ancora più vicina e tende il braccio, lui fa per lanciarle la bottiglia ma poi la pulisce con il guanto e gliela mette in mano. Chiara lo guarda in viso, lui ha il cappuccio tirato fino alla fronte e dentro due occhi azzurri come il mare senza bottiglie.
In giugno Matteo cammina a testa scoperta e sente il cielo blu che gli entra nelle orecchie. Chiara ha comprato due ganci nuovi per il marsupio e si porta una bottiglietta in più, una con l'etichetta di un'ape e l'altra di una rosa. In luglio non si ricorda più quale delle due è la sua, così ricomincia a portarne una sola, da dividere. In agosto Matteo arriva al parco con una maglietta con sopra l'ape Maia. A settembre Chiara non trova più la sua bottiglietta, arriva al parco preoccupata e sotto il faggio rosso la trova, nelle mani senza guanti di Matteo. Lui le sorride e dice: « Ti amo. Proviamo? »

 

venerdì 30 aprile 2021

Il baio blu

Dirò oggi le vicende d'un baio                               
bello assai, di furia e passione pieno.
Altre virtù avea, e non solo un paio
dentro di sé, ma le teneva a freno
forse perché sentiva che nel saio
della sua mente nuoceva di meno
tenere le emozioni, anziché fuori
ma così si perdeva pioggia e fiori.
 
Il suo manto era vario, e cangiava
a seconda del sentir interiore:
se stava bene, era nero e brillava
mutava in blu se provava dolore.
Così dall'aspetto si disvelava
cosa portava il baio dentro al cuore
e la pelle mostrava finalmente
quello che non potea capir la gente.
 
Deluso e spaventato dal suo manto
rivelatore, solea rifugiarsi
nella tana, senza nessuno accanto.
In fondo non spiaceva crogiolarsi
nella tristezza, dolceamaro canto!
Così quando percepiva mutarsi
in blu, dentro sé stesso si chiudeva
e poco o niente sapere voleva.
 
Andava passeggiando per la zona
un'altra bestiolina complicata
pensava d'esser gatto, poverona
e invece aveva l'anima spaccata:
volendo essere un'unica persona
non s'era mai per davvero accettata.
Che bellezza se tutti gli animali
fossero sé stessi, anziché uguali!
 
Nitriva il baio solo nella tana
e presto lo sentì l'animaletta
quel verso le sembrava cosa strana
di lì lei si diresse in tutta fretta.
Infatti è cosa nota, ancorché umana
che insieme assai di più ci si diletta.
Immaginate allora il suo stupore
quando vide il baio cambiar colore!
 
"Cavalli blu non ne ho visto ancora mai"
pensò, e intanto il baio la guatava
si domandava se gli portasse guai
la bestiola che dritto lo fissava.
Infine lei parlò, e gli disse: «Sai,
è bello quel tuo blu», e lui restava
zitto a cercare dentro sé parole
fin lì celate alla luce del sole.
 
«Divento blu quando son triste», disse
il baio, e lei si emozionò tutta
«Io invece cerco solo cose fisse
in me, ma fallisco e mi sento brutta»
così rispose la bestiola, e scrisse
con la zampina sulla terra asciutta
il suo nome col punto di domanda
a chiedere: chi siamo, chi ci manda?
 
E mentre l'animala si scopriva
mostrando le sue pene e i suoi dolori
il baio assai commosso si sentiva
non più tutto era dentro, bensì fuori.
Poi quando un lacrimone fuoriusciva
mutava anche il colore dei suoi pori:
un poco appare bruno, un po' turchino
ma ciò che conta è restarsi vicino.