martedì 13 luglio 2021

Fobie

 
Matteo ha paura delle api. Non è proprio una cosa da eroi, però non può farci niente, quando in primavera i pollini gonfiano l'aria e ingolosiscono gli insetti lui per la paura si imbacucca tutto ed esce completamente coperto, anche se suda come una trota scongelata. Lo prendono in giro e lo chiamano la fava umana, che è un gioco di parole tra favo, cioè la casa delle api, e fava, che in toscano è uno di quegli insulti pe' sta' allegri. Non gli piace nemmeno essere toccato, in primavera, a Matteo, perché ha sempre paura che possa essere un'ape e quindi per non correre rischi evita ogni contatto.
Chiara ha paura dei germi, in particolare di ingoiarli e quindi tutto ciò che beve deve essere chiuso, sterilizzato ed etichettato. Niente acqua dalle fontanelle, che in primavera poi è buonissima perché ha il sapore delle nuvole che sgelano, niente birrette alla spina, che a mio nonno le aveva ordinate il dottore come antidepressivo. Quando non c'è la possibilità di bere da qualcosa di sigillato, Chiara ha imparato a dissetarsi inghiottendo minuscoli sorsi di saliva, il che la fa sembrare un pesce rosso molto concentrato. Non c'è sorgente di montagna o vino della casa che tenga: lei, se non è chiuso ermeticamente, non beve.
Si incontrano ogni giorno al parco, ma non lo sanno. Lei va a correre perché vuole essere magra e si porta appresso una bottiglietta d'acqua a chiusura ermetica come il cane degli alpini con la grappa al collo. Lui lo attraversa per andare a casa e sembra un mimo, senza nemmeno un lembo di pelle esposto tranne la faccia, che mostra solo perché una signora l'ha denunciato ai vigili come pervertito potenziale e loro hanno dovuto multarlo per esibizionismo.
Quando la coda di cavallo di lei frusta l'aria mentre corre si produce un lievissimo moto ventoso che arriva fino a lui e gli dà un brivido che non si spiega, allora si tira la zip della giacca su fino alla bocca. Contemporaneamente lei avverte le vibrazioni di calore prodotte dalla frizione dei vari strati di vestiti di lui e d'istinto stringe la bottiglietta d'acqua, tenuta fresca da una guaina termica. 
All'altezza del faggio rosso si incrociano, lei al trotto con entrambe le mani strette alla bottiglietta, lui scivolando silenzioso, mani in tasca e sguardo a zigzag per intercettare ronzii. Non sono importanti l'uno per l'altra, lei per lui è un frullo che allontana api potenziali, lui per lei è una guaina di forma umana, però ogni giorno si passano a fianco e senza saperlo si vedono più spesso di qualsiasi altra persona nella loro vita.
Il primo di maggio Chiara è di fretta, dopo la corsa deve andare a trovare la madre che non vede da tempo e la cosa la innervosisce, così non aggancia con la consueta dovizia la bottiglietta al marsupio da jogging. Matteo sta attraversando il parco, come sempre completamente vestito perché la stagione delle api è in corso e anzi in maggio sono ubriache di fiori e moleste peggio che mai. Quando Chiara arriva al faggio rosso la sua andatura è nervosa, al punto che per uno scatto di gamba la bottiglietta si sfila dal marsupio e cade a terra, rotolando nell'erba dritta tra i piedi di Matteo. Lui si blocca, non può fare altrimenti. In modo incerto raccoglie con la mano guantata la bottiglietta tutta sporca di terra e alza gli occhi verso di lei, che si è fermata a sua volta. Si guardano, e finalmente si vedono.
La bottiglietta è lurida di terra ma il ragazzo che l'ha raccolta porta i guanti, i germi non passano. Chiara si avvicina e Matteo sente un ronzio, si volta di scatto ma le api non ci sono. Lei si fa ancora più vicina e tende il braccio, lui fa per lanciarle la bottiglia ma poi la pulisce con il guanto e gliela mette in mano. Chiara lo guarda in viso, lui ha il cappuccio tirato fino alla fronte e dentro due occhi azzurri come il mare senza bottiglie.
In giugno Matteo cammina a testa scoperta e sente il cielo blu che gli entra nelle orecchie. Chiara ha comprato due ganci nuovi per il marsupio e si porta una bottiglietta in più, una con l'etichetta di un'ape e l'altra di una rosa. In luglio non si ricorda più quale delle due è la sua, così ricomincia a portarne una sola, da dividere. In agosto Matteo arriva al parco con una maglietta con sopra l'ape Maia. A settembre Chiara non trova più la sua bottiglietta, arriva al parco preoccupata e sotto il faggio rosso la trova, nelle mani senza guanti di Matteo. Lui le sorride e dice: « Ti amo. Proviamo? »

 

venerdì 30 aprile 2021

Il baio blu

Dirò oggi le vicende d'un baio                               
bello assai, di furia e passione pieno.
Altre virtù avea, e non solo un paio
dentro di sé, ma le teneva a freno
forse perché sentiva che nel saio
della sua mente nuoceva di meno
tenere le emozioni, anziché fuori
ma così si perdeva pioggia e fiori.
 
Il suo manto era vario, e cangiava
a seconda del sentir interiore:
se stava bene, era nero e brillava
mutava in blu se provava dolore.
Così dall'aspetto si disvelava
cosa portava il baio dentro al cuore
e la pelle mostrava finalmente
quello che non potea capir la gente.
 
Deluso e spaventato dal suo manto
rivelatore, solea rifugiarsi
nella tana, senza nessuno accanto.
In fondo non spiaceva crogiolarsi
nella tristezza, dolceamaro canto!
Così quando percepiva mutarsi
in blu, dentro sé stesso si chiudeva
e poco o niente sapere voleva.
 
Andava passeggiando per la zona
un'altra bestiolina complicata
pensava d'esser gatto, poverona
e invece aveva l'anima spaccata:
volendo essere un'unica persona
non s'era mai per davvero accettata.
Che bellezza se tutti gli animali
fossero sé stessi, anziché uguali!
 
Nitriva il baio solo nella tana
e presto lo sentì l'animaletta
quel verso le sembrava cosa strana
di lì lei si diresse in tutta fretta.
Infatti è cosa nota, ancorché umana
che insieme assai di più ci si diletta.
Immaginate allora il suo stupore
quando vide il baio cambiar colore!
 
"Cavalli blu non ne ho visto ancora mai"
pensò, e intanto il baio la guatava
si domandava se gli portasse guai
la bestiola che dritto lo fissava.
Infine lei parlò, e gli disse: «Sai,
è bello quel tuo blu», e lui restava
zitto a cercare dentro sé parole
fin lì celate alla luce del sole.
 
«Divento blu quando son triste», disse
il baio, e lei si emozionò tutta
«Io invece cerco solo cose fisse
in me, ma fallisco e mi sento brutta»
così rispose la bestiola, e scrisse
con la zampina sulla terra asciutta
il suo nome col punto di domanda
a chiedere: chi siamo, chi ci manda?
 
E mentre l'animala si scopriva
mostrando le sue pene e i suoi dolori
il baio assai commosso si sentiva
non più tutto era dentro, bensì fuori.
Poi quando un lacrimone fuoriusciva
mutava anche il colore dei suoi pori:
un poco appare bruno, un po' turchino
ma ciò che conta è restarsi vicino. 

lunedì 8 marzo 2021

Tupperware

Mio padre giovane era un cane selvatico dal pelo lustro e silenzioso, fatto per l'azione. Da piccola non me lo ricordo, la sua assenza è stata la grande presenza della mia infanzia. I miei disegni di bimba sono barbe castane che diventano strade perse in orizzonti di matita. Ricordo passi, porte che si aprono e chiudono, i momenti diventano rumori che cercano di riempire gli spazi.
Negli ultimi anni, però, è come se stesse diventando domestico, si aggira in casa mentre parlo con mia madre annusando intorno a noi e ascoltando, ogni tanto interviene con frasi che sono sassi piatti e lisci in uno stagno profondo. Quando si invecchia si ritorna bambini, mi aveva spiegato la nonna prima di contrarre l'Alzheimer, gli uomini quando invecchiano si inteneriscono, vogliono stare insieme, anche i più ruvidi.
Alla mia età, mio padre era un professore supplente che aspettava l'estate per solcare il mare e lanciarsi in viaggi lunghissimi da cui tornava puzzando di spezie e sedile d'auto, gli occhi verniciati di blu e la gola secca a forza di improvvisare lingue sconosciute, il telefono di casa esausto per tutte le chiamate senza risposta. Una volta non ha preso parte agli esami di riparazione perché in India non poteva ricevere comunicazioni, e quando si è presentato a scuola a settembre ha avuto solo una lavata di capo dal preside, e nemmeno troppo decisa. Poi ha cambiato lavoro, ha iniziato ad andare in ufficio e i viaggi si sono ristretti, insieme alle camicie di mia madre che le salivano sempre più sulla pancia tonda con me dentro. Dicono che sono stata concepita in Scozia, in mezzo a castelli solitari, e mi sembra molto probabile.
Mentre crescevo, i treni da pendolare hanno preso il posto dei biglietti di sola andata e delle auto a noleggio sporche di deserto, il vuoto tra gli scompartimenti tornava a casa con lui nelle tasche del suo completo e si depositava tra noi a cena, trasformandosi in silenzio.
Quando ho compiuto quindici anni, andava molto di moda tra le adolescenti il telefilm Beverly Hills, che ai miei faceva schifo perché incarnava tutto il vuoto catodico del consumismo americano. Non ero una grande fan, a dire il vero non lo guardavo nemmeno, ma un pomeriggio di ghisa tipicamente veneto sono tornata a casa da scuola, e incorniciato in camera mia c'era un poster di Luke Perry, star della serie e idolo delle ragazzine. Non ricordo la mia reazione, né di aver chiesto come ci fosse finito, ma sapevo che dietro c'era una mano invisibile, una specie di dio muto che parlava attraverso le cose. Poco tempo dopo ci ho attaccato sopra la foto di Che Guevara che legge Goethe, senza togliere la cornice con il poster dentro. Non ne abbiamo mai parlato ma a un certo punto la cornice è stata spostata, rimossa come le cose che non riusciamo a sostenere.
Poi sono stata io a partire e sparpagliarmi per il mondo, pagliuzza bruna nel blu. Nel Sahara ho raccolto in una borraccia la sabbia rossa che poi mi hanno fatto buttare, volevo metterla accanto a quella raccolta da lui in Tunisia durante il viaggio di nozze, ma alla fine è rimasta solo quella, sigillata a parlare di entrambe le nostre traversate del deserto.
Adesso che vivo sola, se vado a pranzo a casa non torno mai a mani vuote, mia madre prepara delle extraporzioni di cibo che mio padre stipa in un tupperware da portare via, e torno da me stringendo il vetro trasparente dalla pancia calda e farcita di colori. Ogni settimana riporto il contenitore vuoto e me ne vado con quello pieno, mio padre lo riempie con dovizia, con la cura dei lavori antichi. É solo una cosa, un oggetto che contiene, o meglio che può contenere, anche se nasce vuoto.

giovedì 28 gennaio 2021

Un momento da niente

La macchina è la mia, verde di stagno, non l'ho mai presa sul serio anche se mi porta in giro da almeno cinque anni. Ci sono cose che non si realizzano, tipo essere adulti, nemmeno quando paghiamo le bollette, facciamo il 730 da soli o ci prendiamo cura davvero di qualcuno. Per me è così, non è mai abbastanza, neppure gli occhi bucati di un adolescente che si bevono le mie parole bastano a legittimarmi, non nel profondo. Penso così mentre guidi, ecco questa è un'altra cosa, non ho mai fatto un incidente eppure preferisco sempre che guidi qualcun altro, è atavico, non credo abbia troppo a che fare con l'incomunicabilità di mio padre nelle sue lezioni di guida, anche se di sicuro non aiuta, allora piuttosto vado a sbattere contro un muro vero, almeno è più concreto del silenzio, se parlare senza ascoltare è silenzio. 
Sono stanca, ho il jetlag ma per nessun motivo avrei rinunciato al nostro viaggio, potrebbe essere l'ultimo ma preferisco non pensarci. Tanto mi arriverà la consapevolezza come un colpo alla nuca una volta arrivati in campeggio, tutte le tende montate vicine sono bandiere, steli in un prato, si stagliano al sole nella loro realtà, mentre la nostra starà su due giorni e poi addio. Non riesco a capire come posso ogni volta infilarmi in situazioni temporanee, transitorie, quando avevo vent'anni va bene ma adesso mi sembra di nuotare e non riuscire a prendere aria tra una bracciata e l'altra. 
Fa molto caldo, il sole di agosto opprime l'abitacolo, ho dormito gran parte del tragitto mentre tu spingevi il motore fino ai 130, eppure io dormivo. Il miracolo dell'addormentarsi, ecco un'altra delle mie cose, ho superato i 30 ma ancora non riesco - quasi mai - a semplicemente, naturalmente dormire. Antichissimo anche questo, pensavo che un giorno sarei cambiata, e invece. Quand'è esattamente che si diventa adulti che non mi ricordo?
« Ci fermiamo a riposare » dici tu, non è chiaro se come invito o domanda, esci dall'autostrada e ti infili agilmente dentro vie che non conosci, un cane fiducioso.
Io un po' ho fame e un po' mi scappa la pipì ma non lo dico, l'autogrill l'abbiamo passato. Tu giri tra spiazzi e divieti, alla fine ti fermi di fianco a un prato apparentemente libero. Smontiamo.
Non abbiamo mai più parlato di queste cose, chissà se le ricordi, chissà per te che hanno significato. Il pensiero della loro finitezza mi genera un male fisico, inconsolabile. É quel genere di dolore che si prova quando vorremmo tantissimo piangere, ma non riusciamo. Ricordo che a un altro uomo col tuo stesso nome avevo detto: « Tu hai paura delle fini », potenza del contrappasso. 
Ti seguo in silenzio mentre ti avvii verso il prato con i nostri asciugamani. Ci sono due alberi gemelli, le loro ombre proiettano sull'erba un'amaca di foglie scure. Tu stendi gli asciugamani vicini all'ombra, piazzi il tuo zaino a un'estremità e ti accomodi. Poi mi guardi, mi sorridi e dici: « Dai, vieni! ».
Ecco, io davvero non vorrei stendermi al tuo fianco, con la testa sulla tua spalla che si solleva e abbassa man mano che il respiro diventa sempre più lento e regolare perché ti stai, semplicemente e naturalmente, addormentando. Non perché non lo voglia tantissimo, e infatti lo faccio, ma perché so che questo momento da niente, noi distesi sotto a un albero con tu che dormi e io che vorrei ma nemmeno faccio finta perché va bene così, ecco questo momento con la mia faccia che diventa ruvida contro la tua maglia ma non te lo dico perché non ti voglio svegliare e fa niente se mi si blocca il collo perché tanto non mi sposto, questo momento finirà perché noi finiremo. E mi dico che non importa se posso ancora descrivere il sapore rosso della tua maglia, l'istantanea azzurra di un pomeriggio estivo in mezzo all'Italia, preciso come un addio, tutto questo non importa se poi finisce e ci separiamo. Credo che sia anche questa una delle mie cose, o forse è la cosa sotto a tutto il resto: esserci, e rimanere. So che sempre è una parola grande, ma vorrei potermi sentire piccola per dirla, e basta.

sabato 28 novembre 2020

Corpo

La mattina in cui ho capito cos'è un corpo era inizio novembre, il mese delle cose brutte. Ho sentito un rumore sordo che dal pavimento della cucina è arrivato fin dentro il mio sonno, svegliandomi di colpo. In un secondo ero giù dal letto, quello successivo già in cucina. Nella cornice della porta, mio padre chinato sul pavimento con un'espressione di sconcerto, le parole gli uscivano solo come definizioni, quasi avesse bisogno della grammatica per sostegno: « Sei a terra! É sangue! »
Il corpo di mia madre è esile e ossuto, l'ho sempre ritenuto leggero, ma non ho mai veramente conosciuto il suo peso fino a quel momento. A dire il vero, credo che fino ad allora non considerassi il suo corpo come esistente nello spazio, forma reale che si interfaccia con le cose e può modificarle ed essere modificata. Mia madre era una specie di entità primitiva, sostanziale. Vederla stesa sulla barella, dritta e secca come un ramo, ha catapultato l'urgenza del suo corpo dentro di me.
Una cosa simile è successa con la nonna, qualche anno dopo. Quando siamo entrati in obitorio, mio padre era in giacca e cravatta, la sua figura dolente ma solenne come sempre. Pensavo che finalmente l'avrei visto piangere, ma è un primato a cui non ho mai assistito. Ha guardato dentro la bara dove la nonna aspettava, dura e di carta allo stesso tempo, ha issato il braccio come una bandiera fino alla spalla di mio zio e ha detto: « Siamo orfani ».
Il corpo della nonna è sempre venuto insieme ai suoi gioielli e belletti, un sacrario di persona. Man mano che la malattia decorreva se ne spogliava sempre di più, ma per me la sua essenza è rimasta quella. Non avrei dovuto stupirmi poi tanto quando, durante un viaggio in Iran, visitando la sala del tesoro degli scià di Persia ho avvertito distintamente la sua presenza, quasi un decennio dopo la sua morte e in una terra che forse non aveva mai sentito nominare. É proprio vero che i posti sono persone.
Il mio, di corpo, è una cartina stiracchiata. Mi sembra che l'unica parte rimasta la stessa siano le mani, come diceva il mio grande amore dei vent'anni. Diceva: « É incredibile avere le stesse mani da quando sono nato », chissà se lo pensa ancora. Forse è per questo che mi tatuo, cerco di ancorarmi, ricordarmi, apponendo dei sigilli sulla carta della pelle.
Il mio corpo è il tonfo a terra di mia madre, la muta presenza di mio padre, la corteccia damascata della nonna. Il corpo, lo sento veramente solo quando ne peso la storia, e nel farlo, peso me.

sabato 11 luglio 2020

Sessanta grammi


"L'utero di una donna adulta ha la forma di una pera rovesciata, con la parte più allargata in alto e quella più ristretta verso il basso, dove prende rapporto con la vagina (...) Il peso è di 60-70 g." (Google)

Se salgo sulla bilancia risulto 50 chili, più o meno, posso arrivare a 51, 52 dopo un viaggio, o se ho un dispiacere che mi grava addosso, o se dimentico di togliermi i vestiti. In acqua sono più leggera, quando mi immergo c'è luce e silenzio, come subito prima che tutto cominci. Amo nuotare, mi fa sentire libera e sospesa nel vuoto, una goccia piena di possibilità. Anche quando faccio sesso mi sento così, ma poi, o prima, o durante, c'è qualcosa che pesa, un animale in agguato nascosto nel fogliame che aspetta il momento propizio, quando sono più indifesa. Mi domando se è così per tutte, se ogni donna porta dentro di sé una belva dormiente sconosciuta, che sembra sapere tutto.
Le madri dicono sempre che alcune cose le capisci solo se lo sei, madre, forse ha a che vedere con quei sessanta grammi. Il peso, sembra quasi che arrivi come un dono, una necessità intrinseca all'essere femminile, anche se ti piace nuotare leggera, prendere gli aeroplani così si vedono le cose dall'alto, espirare l'aria forte per sentire il petto libero. Il peso, lo vedo negli occhi di mia madre ogni volta che si prende cura, perché non può farne a meno, è il suo tesoro. Mia madre, se salisse sulla bilancia, risulterebbe la somma delle persone che cura.
Di notte, se guardo il mio corpo nudo, vedo strade che si intrecciano tra sé, poi però nel letto scalcio perché sento che non basta, che devo essere percorsa. Però non voglio solo accogliere, ma anche essere accolta.
Siamo tonde, curve, persino se abbiamo gomiti aguzzi e denti appuntiti, se siamo cagne magre e nervose. Siamo golfi, culle, e c'è una nave che ci naviga dentro a nostra insaputa, ha l'animale in gabbia nella stiva, lo sentiamo smaniare e dobbiamo affrontarlo, anche solo per dirgli: restatene lì.
A volte vorrei strapparmi il peso di dosso, in fin dei conti non l'ho scelto, anche se forse lo avverto tanto perché sono io a riconoscerlo, misurarlo. Sarebbe tutto più semplice se non ci fosse e potessi decidere io se portarli o meno, quei sessanta grammi, ma il fatto è che li porto già.
Le mie orme sono più profonde delle tue, amore mio, anche se sei una montagna d'uomo che posso scalare e calzi il 45 di scarpe, il mio piede affonda di più nel terreno. Quando mi sollevi e ridi perché sono un ramoscello, o quando mi specchio sola, vorrei sapere quanto pesano i miei sessanta grammi, quanto peso io.

venerdì 15 maggio 2020

Crescere


Devi crescere, dici, metti il piede nella pozzanghera e mi fissi sorpreso perché ti sei schizzato, io guardo il riflesso ai tuoi piedi e ci vedo mio nonno, lui andava sempre lento e sceglieva bene le parole, al punto che non ricordo l'ultima che mi ha detto.  
Gli alberi alla finestra sono cornici di sopracciglia, me le sfoltisco allo specchio e rivedo me bambina, ho sempre avuto paura del buio e ho usato la lucina fino a non ricordo che età, quando tutti si riunivano per giocare io volevo stare sola e disegnavo linee che riportavano sempre a una casa vuota, oppure piena, che è lo stesso, a volte troppo è uguale a niente.
Quando mi tocchi sento un battito antico, vorrei solo alzarmi e andare a lavorare e poi tornare e mettere su l'acqua della pasta, ma qualcosa di vecchio mi chiama e il ricordo è un suono che mi riporta indietro, il cuore ha tante stanze quante ce ne vogliono per occupare la paura.
E allora come si fa a progettare una casa, non riesco a immaginare le piante che ci abitano, in che modo scende la luce di sera e di che colore diventano i tuoi occhi la notte. Adesso che sto per avere un giardino, sento che potrei inciampare in ogni angolo, che nessun filo d'erba mi lascerebbe stare perché ci riconoscerei tutto dentro. Vorrei scavare uno stagno per poterci entrare e svuotare la pancia e poi guardare galleggiare in superficie tutte le mie lucine impazzite.
Devi crescere, dico, scosto i capelli dalla fronte e non ci vedo niente, un foglio da disegno bianco. Prendo la matita e incido.


venerdì 27 marzo 2020

Mani


Mia nonna ha mani curate, sembrano morbide ma io in verità non lo so, perché non le posa mai su di me. É un pomeriggio di autunno e la luce filtra densa tra le persiane, lei siede in una poltrona verde coi braccioli che la fa stare dritta come una regina.
- Come stai, nonna? - domando, mentre con gli occhi frugo tra le sue mani chiuse attorno a qualcosa, mi ricordano delle conchiglie e quasi mi aspetto di trovarci dentro una perla.
- Bene - dice, anzi stride, la sua voce si va assottigliando sempre di più col tempo che passa, è una metamorfosi che colpisce tutti gli anziani della casa di riposo, e quando vengo a trovarla esco frastornata come se fossi stata allo zoo, o in una voliera gigante.
- Che cos'hai in mano? - chiedo dolcemente.
- Niente - risponde, tirandosi subito le mani al petto e girando la testa dall'altra parte tutta impettita, sembra un enorme Ara con le piume di flanella.
- Ma come, niente? Dai, fammi vedere - insisto con un sorriso, ma la nonna si arrocca su se stessa sempre di più e mi lancia un'occhiata diffidente, da uccello in gabbia.
- É mio, non te lo do - brontola sottovoce senza guardarmi, le mani strette addosso.
Mio malgrado, scoppio a ridere. Quando ero piccola facevo scene simili con mia mamma, lei cercava di convincermi a fare qualcosa ma io non volevo saperne e mi nascondevo sotto al tavolo, dietro al letto, dentro ai suoi vestiti, una volta mi sono infilata nel suo impermeabile appeso nella cabina armadio e ci sono rimasta un sacco di tempo, finché la sua voce tenera che mi chiamava non è diventata uno squillo di sirena, allora sono saltata fuori ridendo e l'ho trovata accartocciata sul divano in preda all'angoscia, il telefono che le ballava nelle mani tremanti, e mi sono spaventata tanto che sono scoppiata a piangere ed è stata lei a dovermi consolare.
L'infermiera entra nella stanza con il vassoio del pranzo. É robusta e spiccia, mi ricorda la signora polacca che veniva da noi a stirare e che io bambina guardavo lavorare di nascosto, la temevo molto più di mia madre.
- Ecco qua, signora Iris - dice con gentilezza, appoggiando il vassoio sul tavolino di fianco alla poltrona. Zuppa, purè con pollo lesso a pezzetti e una specie di mattonella di mela cotogna. La nonna guarda il pasto con una smorfia e si gira ostentatamente dall'altra parte.
- Forza signora, dobbiamo mangiare - dice l'infermiera incoraggiante, lanciandomi uno sguardo d'intesa. Io, non so perché, alzo gli occhi al cielo e scuoto la testa, con un'espressione solidale. Ricordo le occhiate tra i miei genitori quando non riuscivano a gestirmi, potevo leggervi la loro esasperazione e mi faceva sentire ancora più cattiva, avrei voluto urlare, rovesciare le preziose piante di mia madre e spargere terra e foglie tutto intorno, come nella giungla.
La nonna borbotta qualcosa, sempre dandoci le spalle, l'infermiera prova ad avvicinarsi col cucchiaio di zuppa ma la nonna ha uno scatto, e col gomito appuntito colpisce il braccio dell'infermiera, che rovescia tutto.
- Signora! - esclama lei spazientita, molla il cucchiaio sul vassoio e marcia fuori, immagino a prendere uno straccio. La nonna non fa una piega, e quando mi avvicino a lei per rimproverarla scorgo un'espressione di trionfo che le illumina tutto il viso. Provo il forte impulso di abbracciarla, la mia regina di picche.
- Nonna, non è carino fare così - dico invece, chinandomi per salvare il salvabile. Mentre me ne sto abbassata a radunare i pezzi di cibo, nella stanza entra un altro ospite della casa di riposo. La nonna si riscuote e si raddrizza tutta, sull'attenti. L'uomo avrà più o meno la sua età, si porta dietro una flebo a cui si appoggia a mo' di bastone, ha capelli radi e un naso imponente che lo fa assomigliare a un tucano.
- Ciao, Iris - dice l'uomo, e la sua voce è profonda e cavernosa, scuote la calma della stanza.
La nonna non risponde e rimane con le mani in grembo, stringendo gelosamente il loro contenuto. L'uomo si avvicina a fatica, sostenendosi con la flebo, arriva dietro alla nonna che non si volta, continuando a covare il suo tesoro. Rimangono lì fermi, lui vecchio colosso appeso a un filo, lei pappagallo grigio con gli occhi pieni di voli. Poi, lui allunga una mano verso di lei.
A questo punto sono interdetta, forse dovrei intervenire, ma per qualche motivo non faccio niente.
Guardo l'uomo sfiorare i pochi capelli della nonna, allungarsi verso le sue mani serrate e con delicatezza infilarci dentro qualcosa. Nel ritrarsi, le sfiora di nuovo i capelli, questa volta con più intenzione. La nonna finalmente schiude le sue mani conchiglie.
Tra le dita di nonna Iris brillano due biglie di vetro, occhi spalancati nel buio che avanza.
- Per giocare - dice l'uomo, non so se a me o a lei, poi lentamente si gira e se ne va, trascinandosi dietro al suo vessillo. Quando è già uscito, sento la nonna dire a bassa voce: - Bruno -.
Le prendo le mani con delicatezza e lei me lo lascia fare, penso al nonno Bruno e ai giochi scatenati che facevamo prima dell'enfisema che se l'è preso, lasciando Iris a invecchiare con grazia nella loro bella casa, piena di noi nipoti sempre più grandi. Una volta, quando ancora viveva lì, la nonna mi aveva detto: - Invecchiare è come tornare bambini -, e io non avevo saputo cosa risponderle.
Le biglie sono calde nelle nostre mani, io la guardo e le dico: - Nonna, giochiamo -.


martedì 10 dicembre 2019

Bianco


La porta di casa si sfonda, tutti i vetri del terrazzo vanno in pezzi ed entra il vento, è bianco come le pupille di mia madre, quando la chiamo per dirle cos'è successo mi risponde con voce di sonno e dice che non sa, di chiedere a qualcun altro e si addormenta tra le parole, allora chiamo mio padre che con dolcezza mi dice ci sono io piccola mia, non mi ha mai parlato così e allora forse questo è un sogno ed ecco perché è tutto così bianco, mio padre arriva con mio fratello e mi portano dei vetri di plastica da montare, è facile dicono e poi se ne vanno e io resto con la plastica fredda in mano e vorrei coprire il buco ma non so come si fa, così rimango impotente stringendo quella cosa inanimata e insieme a me c'è solo il bianco che soffia da fuori, allora inizio a girare per le stanze a cercarti, entro in una ed è piena di gente con le scarpe da ginnastica e i jeans delle superiori ammucchiata l'una sull'altra, guardo quello in cima al mucchio che ti somiglia ma non sei tu, lui si alza e viene da me, mi prende il viso con due mani come fai tu e vuole baciarmi ma io mi ritraggo e subito dopo il vento mi porta in un'altra stanza dove su una sedia c'è un abito bianco, lo odio il bianco perché è il colore del tutto e io invece mi sento sempre in pezzi e non riesco nemmeno a spazzare via i cocci di vetro dal pavimento, all'improvviso mi chiama la mia amica e la sua voce dolce e preoccupata è una musica che viene da lontano, ma io voglio parlare con te e allora metto giù e ti chiamo e il telefono squilla e squilla e so che non saprò mai se risponderai mentre io rimango ferma, paralizzata dall'assenza e dal bianco che continua a soffiare da fuori a dentro di me.

sabato 17 agosto 2019

Żàgara


Żàgara = s.f. [voce sicil., dall'arabo zahr] - Il fiore degli agrumi, spec. dell'arancio e del limone: profumo di z; boschetti d'agrumi imbalsamati di zàgare e di gelsomini (Pirandello)


Il sole d'agosto scende in picchiata sulla caletta, il mare lo riverbera nell'aria, rendendola salata. Le cicale segano i tronchi dei pini, seccando il cielo. I rami schiantati dai raggi sembrano creare sagome umane, forme calcificate nell'azzurro. Niente si muove, tranne me: avanzo nella spiaggia incendiata, ubriaco di estate. L'aria caldissima mi entra nelle narici dilatandole, mi sento la testa leggera, boa galleggiante nell'acqua. Non avverto le onde, né l'inferno sotto alle piante dei piedi, sono tutt'uno con la sabbia e l'aria tremolante di calore.
Dal mare arriva un profumo dolce e forte, si fa strada nel mio naso pieno di sole, chiudo gli occhi e mi ci perdo dentro. Mi appare un vestito bianco, una cavigliera tintinnante, bicchieri di vino sparpagliato dai raggi del sole. Riesco a sentire l'aroma di arance che si intona perfettamente al turchino degli occhi, come nelle piastrelle di maiolica siciliana. Respiro a fondo e seguo la scia agrumata fino alla riva. Non riesco a ricordare il nome del tuo profumo eppure lo sento, arance vive sulla pelle, dentro ai miei pori salati. Arrivo alla battigia trascinato dal vento odoroso, percepisco l'azzurro insinuarsi tra le mie caviglie e mi immergo fino alla vita.
Quasi non mi accorgo di te che mi nuoti attorno, poi ti sollevi scintillante d'acqua e mi butti le braccia al collo. Mi goccioli addosso, ti rituffi e mi spruzzi ridendo, i denti bianchi come schiuma. Bevo l'aria profumata, sento foglie e fiori crescermi dentro la testa. Tu mi chiami, vuoi giocare, le tue piccole mani sono gioielli dentro a una conchiglia. Avanzo nell'acqua che sale sempre più, sento le gambe fondersi con i flutti, il mio corpo sciogliersi nel blu.
Tu ti volti per vedere se ti sto seguendo e io sì che ti seguo amore mio, ormai di te riesco a scorgere solo la testa bionda, sembra un sole che sorge dal mare e mi toglie la vista, ma a me non serve perché seguo il profumo, e mentre mi lascio sommergere mi sembra di sentirti dire il mio nome amore mio, non ne sono sicuro perché l'acqua mi sta entrando nelle orecchie, ma è un'invasione dolce, e quando anche le narici si riempiono di mare chiudo gli occhi e sento il profumo nella mia testa e dentro alle arance ci sei tu, allora lo lascio entrare fino in fondo ai polmoni e con l'ultimo respiro riesco a vederti amore mio, e finalmente ricordo, adesso che siamo di nuovo insieme e non ci lasceremo mai più: profumi di zàgara.