sabato 11 luglio 2020

Sessanta grammi


"L'utero di una donna adulta ha la forma di una pera rovesciata, con la parte più allargata in alto e quella più ristretta verso il basso, dove prende rapporto con la vagina (...) Il peso è di 60-70 g." (Google)

Se salgo sulla bilancia risulto 50 chili, più o meno, posso arrivare a 51, 52 dopo un viaggio, o se ho un dispiacere che mi grava addosso, o se dimentico di togliermi i vestiti. In acqua sono più leggera, quando mi immergo c'è luce e silenzio, come subito prima che tutto cominci. Amo nuotare, mi fa sentire libera e sospesa nel vuoto, una goccia piena di possibilità. Anche quando faccio sesso mi sento così, ma poi, o prima, o durante, c'è qualcosa che pesa, un animale in agguato nascosto nel fogliame che aspetta il momento propizio, quando sono più indifesa. Mi domando se è così per tutte, se ogni donna porta dentro di sé una belva dormiente sconosciuta, che sembra sapere tutto.
Le madri dicono sempre che alcune cose le capisci solo se lo sei, madre, forse ha a che vedere con quei sessanta grammi. Il peso, sembra quasi che arrivi come un dono, una necessità intrinseca all'essere femminile, anche se ti piace nuotare leggera, prendere gli aeroplani così si vedono le cose dall'alto, espirare l'aria forte per sentire il petto libero. Il peso lo vedo negli occhi di mia madre ogni volta che si prende cura, perché non può farne a meno, è il suo tesoro. Mia madre, se salisse sulla bilancia, risulterebbe la somma delle persone che cura.
Di notte, se guardo il mio corpo nudo, vedo strade che si intrecciano tra sé, poi però nel letto scalcio perché sento che non basta, che devo essere percorsa. Però non voglio solo accogliere, ma anche essere accolta.
Siamo tonde, curve, persino se abbiamo gomiti aguzzi e denti appuntiti, se siamo cagne magre e nervose. Siamo golfi, culle, e c'è una nave che ci naviga dentro a nostra insaputa, ha l'animale in gabbia nella stiva, lo sentiamo smaniare e dobbiamo affrontarlo, anche solo per dirgli: restatene lì.
A volte vorrei strapparmi il peso di dosso, in fin dei conti non l'ho scelto, anche se forse lo avverto tanto perché sono io a riconoscerlo, misurarlo. Sarebbe tutto più semplice se non ci fosse e potessi decidere io se portarli o meno, quei sessanta grammi, ma il fatto è che li porto già.
Le mie orme sono più profonde delle tue, amore mio, anche se sei una montagna d'uomo che posso scalare e calzi il 45 di scarpe, il mio piede affonda di più nel terreno. Quando mi sollevi e ridi perché sono un ramoscello, o quando mi specchio sola, vorrei sapere quanto pesano i miei sessanta grammi, quanto peso io.

venerdì 15 maggio 2020

Crescere


Devi crescere, dici, metti il piede nella pozzanghera e mi fissi sorpreso perché ti sei schizzato, io guardo il riflesso ai tuoi piedi e ci vedo mio nonno, lui andava sempre lento e sceglieva bene le parole, al punto che non ricordo l'ultima che mi ha detto.  
Gli alberi alla finestra sono cornici di sopracciglia, me le sfoltisco allo specchio e rivedo me bambina, ho sempre avuto paura del buio e ho usato la lucina fino a non ricordo che età, quando tutti si riunivano per giocare io volevo stare sola e disegnavo linee che riportavano sempre a una casa vuota, oppure piena, che è lo stesso, a volte troppo è uguale a niente.
Quando mi tocchi sento un battito antico, vorrei solo alzarmi e andare a lavorare e poi tornare e mettere su l'acqua della pasta, ma qualcosa di vecchio mi chiama e il ricordo è un suono che mi riporta indietro, il cuore ha tante stanze quante ce ne vogliono per occupare la paura.
E allora come si fa a progettare una casa, non riesco a immaginare le piante che ci abitano, in che modo scende la luce di sera e di che colore diventano i tuoi occhi la notte. Adesso che sto per avere un giardino, sento che potrei inciampare in ogni angolo, che nessun filo d'erba mi lascerebbe stare perché ci riconoscerei tutto dentro. Vorrei scavare uno stagno per poterci entrare e svuotare la pancia e poi guardare galleggiare in superficie tutte le mie lucine impazzite.
Devi crescere, dico, scosto i capelli dalla fronte e non ci vedo niente, un foglio da disegno bianco. Prendo la matita e incido.


venerdì 27 marzo 2020

Mani


Mia nonna ha mani curate, sembrano morbide ma io in verità non lo so, perché non le posa mai su di me. É un pomeriggio di autunno e la luce filtra densa tra le persiane, lei siede in una poltrona verde coi braccioli che la fa stare dritta come una regina.
- Come stai, nonna? - domando, mentre con gli occhi frugo tra le sue mani chiuse attorno a qualcosa, mi ricordano delle conchiglie e quasi mi aspetto di trovarci dentro una perla.
- Bene - dice, anzi stride, la sua voce si va assottigliando sempre di più col tempo che passa, è una metamorfosi che colpisce tutti gli anziani della casa di riposo, e quando vengo a trovarla esco frastornata come se fossi stata allo zoo, o in una voliera gigante.
- Che cos'hai in mano? - chiedo dolcemente.
- Niente - risponde, tirandosi subito le mani al petto e girando la testa dall'altra parte tutta impettita, sembra un enorme Ara con le piume di flanella.
- Ma come, niente? Dai, fammi vedere - insisto con un sorriso, ma la nonna si arrocca su se stessa sempre di più e mi lancia un'occhiata diffidente, da uccello in gabbia.
- É mio, non te lo do - brontola sottovoce senza guardarmi, le mani strette addosso.
Mio malgrado, scoppio a ridere. Quando ero piccola facevo scene simili con mia mamma, lei cercava di convincermi a fare qualcosa ma io non volevo saperne e mi nascondevo sotto al tavolo, dietro al letto, dentro ai suoi vestiti, una volta mi sono infilata nel suo impermeabile appeso nella cabina armadio e ci sono rimasta un sacco di tempo, finché la sua voce tenera che mi chiamava non è diventata uno squillo di sirena, allora sono saltata fuori ridendo e l'ho trovata accartocciata sul divano in preda all'angoscia, il telefono che le ballava nelle mani tremanti, e mi sono spaventata tanto che sono scoppiata a piangere ed è stata lei a dovermi consolare.
L'infermiera entra nella stanza con il vassoio del pranzo. É robusta e spiccia, mi ricorda la signora polacca che veniva da noi a stirare e che io bambina guardavo lavorare di nascosto, la temevo molto più di mia madre.
- Ecco qua, signora Iris - dice con gentilezza, appoggiando il vassoio sul tavolino di fianco alla poltrona. Zuppa, purè con pollo lesso a pezzetti e una specie di mattonella di mela cotogna. La nonna guarda il pasto con una smorfia e si gira ostentatamente dall'altra parte.
- Forza signora, dobbiamo mangiare - dice l'infermiera incoraggiante, lanciandomi uno sguardo d'intesa. Io, non so perché, alzo gli occhi al cielo e scuoto la testa, con un'espressione solidale. Ricordo le occhiate tra i miei genitori quando non riuscivano a gestirmi, potevo leggervi la loro esasperazione e mi faceva sentire ancora più cattiva, avrei voluto urlare, rovesciare le preziose piante di mia madre e spargere terra e foglie tutto intorno, come nella giungla.
La nonna borbotta qualcosa, sempre dandoci le spalle, l'infermiera prova ad avvicinarsi col cucchiaio di zuppa ma la nonna ha uno scatto, e col gomito appuntito colpisce il braccio dell'infermiera, che rovescia tutto.
- Signora! - esclama lei spazientita, molla il cucchiaio sul vassoio e marcia fuori, immagino a prendere uno straccio. La nonna non fa una piega, e quando mi avvicino a lei per rimproverarla scorgo un'espressione di trionfo che le illumina tutto il viso. Provo il forte impulso di abbracciarla, la mia regina di picche.
- Nonna, non è carino fare così - dico invece, chinandomi per salvare il salvabile. Mentre me ne sto abbassata a radunare i pezzi di cibo, nella stanza entra un altro ospite della casa di riposo. La nonna si riscuote e si raddrizza tutta, sull'attenti. L'uomo avrà più o meno la sua età, si porta dietro una flebo a cui si appoggia a mo' di bastone, ha capelli radi e un naso imponente che lo fa assomigliare a un tucano.
- Ciao, Iris - dice l'uomo, e la sua voce è profonda e cavernosa, scuote la calma della stanza.
La nonna non risponde e rimane con le mani in grembo, stringendo gelosamente il loro contenuto. L'uomo si avvicina a fatica, sostenendosi con la flebo, arriva dietro alla nonna che non si volta, continuando a covare il suo tesoro. Rimangono lì fermi, lui vecchio colosso appeso a un filo, lei pappagallo grigio con gli occhi pieni di voli. Poi, lui allunga una mano verso di lei.
A questo punto sono interdetta, forse dovrei intervenire, ma per qualche motivo non faccio niente.
Guardo l'uomo sfiorare i pochi capelli della nonna, allungarsi verso le sue mani serrate e con delicatezza infilarci dentro qualcosa. Nel ritrarsi, le sfiora di nuovo i capelli, questa volta con più intenzione. La nonna finalmente schiude le sue mani conchiglie.
Tra le dita di nonna Iris brillano due biglie di vetro, occhi spalancati nel buio che avanza.
- Per giocare - dice l'uomo, non so se a me o a lei, poi lentamente si gira e se ne va, trascinandosi dietro al suo vessillo. Quando è già uscito, sento la nonna dire a bassa voce: - Bruno -.
Le prendo le mani con delicatezza e lei me lo lascia fare, penso al nonno Bruno e ai giochi scatenati che facevamo prima dell'enfisema che se l'è preso, lasciando Iris a invecchiare con grazia nella loro bella casa, piena di noi nipoti sempre più grandi. Una volta, quando ancora viveva lì, la nonna mi aveva detto: - Invecchiare è come tornare bambini -, e io non avevo saputo cosa risponderle.
Le biglie sono calde nelle nostre mani, io la guardo e le dico: - Nonna, giochiamo -.


martedì 10 dicembre 2019

Bianco


La porta di casa si sfonda, tutti i vetri del terrazzo vanno in pezzi ed entra il vento, è bianco come le pupille di mia madre, quando la chiamo per dirle cos'è successo mi risponde con voce di sonno e dice che non sa, di chiedere a qualcun altro e si addormenta tra le parole, allora chiamo mio padre che con dolcezza mi dice ci sono io piccola mia, non mi ha mai parlato così e allora forse questo è un sogno ed ecco perché è tutto così bianco, mio padre arriva con mio fratello e mi portano dei vetri di plastica da montare, è facile dicono e poi se ne vanno e io resto con la plastica fredda in mano e vorrei coprire il buco ma non so come si fa, così rimango impotente stringendo quella cosa inanimata e insieme a me c'è solo il bianco che soffia da fuori, allora inizio a girare per le stanze a cercarti, entro in una ed è piena di gente con le scarpe da ginnastica e i jeans delle superiori ammucchiata l'una sull'altra, guardo quello in cima al mucchio che ti somiglia ma non sei tu, lui si alza e viene da me, mi prende il viso con due mani come fai tu e vuole baciarmi ma io mi ritraggo e subito dopo il vento mi porta in un'altra stanza dove su una sedia c'è un abito bianco, lo odio il bianco perché è il colore del tutto e io invece mi sento sempre in pezzi e non riesco nemmeno a spazzare via i cocci di vetro dal pavimento, all'improvviso mi chiama la mia amica e la sua voce dolce e preoccupata è una musica che viene da lontano, ma io voglio parlare con te e allora metto giù e ti chiamo e il telefono squilla e squilla e so che non saprò mai se risponderai mentre io rimango ferma, paralizzata dall'assenza e dal bianco che continua a soffiare da fuori a dentro di me.

sabato 17 agosto 2019

Żàgara


Żàgara = s.f. [voce sicil., dall'arabo zahr] - Il fiore degli agrumi, spec. dell'arancio e del limone: profumo di z; boschetti d'agrumi imbalsamati di zàgare e di gelsomini (Pirandello)


Il sole d'agosto scende in picchiata sulla caletta, il mare lo riverbera nell'aria, rendendola salata. Le cicale segano i tronchi dei pini, seccando il cielo. I rami schiantati dai raggi sembrano creare sagome umane, forme calcificate nell'azzurro. Niente si muove, tranne me: avanzo nella spiaggia incendiata, ubriaco di estate. L'aria caldissima mi entra nelle narici dilatandole, mi sento la testa leggera, boa galleggiante nell'acqua. Non avverto le onde, né l'inferno sotto alle piante dei piedi, sono tutt'uno con la sabbia e l'aria tremolante di calore.
Dal mare arriva un profumo dolce e forte, si fa strada nel mio naso pieno di sole, chiudo gli occhi e mi ci perdo dentro. Mi appare un vestito bianco, una cavigliera tintinnante, bicchieri di vino sparpagliato dai raggi del sole. Riesco a sentire l'aroma di arance che si intona perfettamente al turchino degli occhi, come nelle piastrelle di maiolica siciliana. Respiro a fondo e seguo la scia agrumata fino alla riva. Non riesco a ricordare il nome del tuo profumo eppure lo sento, arance vive sulla pelle, dentro ai miei pori salati. Arrivo alla battigia trascinato dal vento odoroso, percepisco l'azzurro insinuarsi tra le mie caviglie e mi immergo fino alla vita.
Quasi non mi accorgo di te che mi nuoti attorno, poi ti sollevi scintillante d'acqua e mi butti le braccia al collo. Mi goccioli addosso, ti rituffi e mi spruzzi ridendo, i denti bianchi come schiuma. Bevo l'aria profumata, sento foglie e fiori crescermi dentro la testa. Tu mi chiami, vuoi giocare, le tue piccole mani sono gioielli dentro a una conchiglia. Avanzo nell'acqua che sale sempre più, sento le gambe fondersi con i flutti, il mio corpo sciogliersi nel blu.
Tu ti volti per vedere se ti sto seguendo e io sì che ti seguo amore mio, ormai di te riesco a scorgere solo la testa bionda, sembra un sole che sorge dal mare e mi toglie la vista, ma a me non serve perché seguo il profumo, e mentre mi lascio sommergere mi sembra di sentirti dire il mio nome amore mio, non ne sono sicuro perché l'acqua mi sta entrando nelle orecchie, ma è un'invasione dolce, e quando anche le narici si riempiono di mare chiudo gli occhi e sento il profumo nella mia testa e dentro alle arance ci sei tu, allora lo lascio entrare fino in fondo ai polmoni e con l'ultimo respiro riesco a vederti amore mio, e finalmente ricordo, adesso che siamo di nuovo insieme e non ci lasceremo mai più: profumi di zàgara.




domenica 7 aprile 2019

Legna


So parlare solo di radici, dicono.
Se risalgo la radice trovo un albero: il ramo di mia madre è pieno di lentiggini. É un legno nodoso costellato di nei, chiazze più o meno grandi e ombreggiature. Non c'è nulla di omogeneo. Mia nonna avrebbe voluto sfrondarlo, quel ramo, piallarlo, ignara che in fondo ai suoi occhi di legno marrone ci sono le stesse, minuscole macchie.
Il ramo di mio padre è un melo, robusto e tenace, non si piega durante le tempeste, che in verità arrivano poco. É mite il clima qui, e forse proprio per non risvegliare il bosco si usa parlare poco e solo del tempo, della vendemmia e delle fiere. Ma un albero che cade, anche nel silenzio, lascia il vuoto.
Quando arriva la primavera le gemme esplodono in semi che si spargono intorno. Cercano saltando di spingersi lontano, ma atterrano all'ombra dei rami, bimbi nudi. Bevono parole che cadono dall'alto, dimenticano l'abbraccio della corteccia in inverno, si allungano nel cielo grande. Qualche ramo nasce sbucciato, di notte prende freddo e se si posa un animale rabbrividisce e lo fa andare via. Qualche ramo si torce verso il sole, imprimendo nel legno rughe di ostinazione. Qualche ramo è un abbozzo, scorza dura e linfa calda, non prende forma e mai lo farà.
Poi d'estate si aprono le foglie, verdi senza vergogna. Toccando le venature sento nei sottopelle, urlate della domenica, la consistenza del vapore di pastasciutta, ore sole in camera. E ancora mani, libri, voci, mi tocco la faccia e sento legna.
In autunno diventeremo cataste, in inverno ci scalderemo bruciando. Io mi allungo, e sento le gemme sotto alle mani.



lunedì 26 novembre 2018

Restare


Forse è passato abbastanza tempo per poter ricordare, ricordare il caldo sotto alle coperte e le nostre gambe a forbice e tu che mi abbracci, ancora dormi e mi abbracci da dietro senza parlare come un bimbo grande e io sorrido al buio, forse lo senti attraverso la mia nuca, e i capelli sparsi sul cuscino come ciuffi d'erba e noi tassi in una tana blu, dici che sono un'ape ronzina e mi tiri i sassolini quando camminiamo in montagna, ci andiamo assieme per la prima volta ma il salame nel pane è lo stesso dei miei sette anni, e mi parli di tuo padre e ti fai serio e io divento mamma, e poi il tuo cane puzzolente mi annusa e non abbaia più perché sa che sono con te, e mi fai entrare nei tuoi cassetti colorati e mi dici, voglio tanti bambini e ho paura perché io invece no e allora stiamo zitti, non ci teniamo per mano e il silenzio romba nella stanza come un aereo a bassa quota, però non ci pensiamo perché il cielo è azzurro fradicio e noi siamo qui e ora e io penso, vorrei tanto che fossi tu, e una notte mi dici che mi ami come se parlassi tra te e te e un giorno mi risveglio bambina nuda e allora mi arrendo perché ti amo anch'io, e tu devi partire ma ormai mi abiti dentro come un pane nel forno, sei lievitato e mi occupi tutta e il cuore è caldo di pane, e poi piombano l'autunno e il telefono, ci vediamo riflessi come pesci che non possono saltare da un lago all'altro e il cuscino è una pozza che bagno sperando di trovarti lì dentro e odio le domeniche e gli aerei e tutto il mondo dove ci sono io senza di te e allora sì, la cosa migliore è lasciar andare, si può amare qualcuno e lo stesso lasciarlo andare e sentirsi dentro un tasso un sasso un cane un pane un cuore caldo e non c'è più spazio per nient'altro e allora per favore resta, resta.

giovedì 18 ottobre 2018

Opossum


Si sveglia col cuore in gola. La sensazione è quella di tirare improvvisamente la testa fuori dall'acqua, avida d'aria, risucchiando tutto quello che le riesce. Lo chiamano panico, dal greco pan, tutto. Lei ha sete di tutto, deve riempirsi per non sentirsi vuota e vacillare di fronte al buco. Per questo va in difetto d'aria e le vengono le cosiddette apnee notturne, si sveglia sfinita dalla lotta per respirare, già in debito di ossigeno non appena apre gli occhi. Al suo fianco intravede la schiena addormentata di lui, che si solleva e si abbassa a intervalli regolari come lo scafo di una nave rovesciata, sembra mossa da un moto maroso tranquillo, che concilia il sonno. Lei invece si sente nel petto i gorghi mitologici di Scilla e Cariddi, rantoli d'acqua rabbiosa contro non si sa chi. Deve stare attenta a non caderci dentro o è la fine, deve alzarsi ora, quindi si strappa via dal letto.
Lo Xanax alla mattina è meglio non prenderlo o si passa l'intera giornata in trance chimica, e poi il sapore è orrendo, ricorda quelle medicine acide che le davano le suore, e allora cloro al clero. I vestiti si infilano da soli perché per fortuna è estate, senza bottoni o legacci vari. Niente caffè, ovviamente, deve solo uscire per andare al lavoro, per fortuna non guida dato che il tempo è bello, andrà in bicicletta. E se la bici le si rivolta contro? Se la attacca, se si rifiuta di collaborare, se poi cade e batte la testa e non parla con la madre da un mese e muore senza dirglielo lei gliela farà pagare anche da morta, no no no, si va a piedi. Così ci metterà più tempo però, bisogna muoversi. Ha fame ma meglio non mangiare, magari vomita, l'affanno nel petto la porterà in giro come un motore che non si spegne mai, mai. Esce di casa, ecco i gradini. Ha i piedi sudati, sente che può scivolare, è ridicolo perché li fa tutti i giorni eppure ora la agitano, sente un ronzio nelle orecchie come di un colibrì impazzito ma deve scendere, uscire. Arriva in fondo alle scale e apre il portone. La luce abbaglia ma non scalda, come il riflesso di uno specchio. Di fronte c'è la strada, le macchine, il traffico. La bicicletta è legata lungo il muro, l'ha comprata gialla perché le piaceva ma adesso le sembra un colore infido, la guarda e vede una biscia d'acqua.
Deve attraversare il traffico della mattina cavalcando quella biscia, lo fa spesso ma oggi no, oggi non ce la fa. Vorrebbe fermare tutto, bloccare il fotogramma di quell'attimo e respirarci dentro, ritrovare l'aria. Ma il mondo non si ferma mai, allora forse può fermare se stessa. Le vengono in mente gli opossum in quei documentari sugli animali che ama tanto: praticano la tanatosi, morte apparente di fronte a un pericolo. Non appena lo pensa si sente già diventare più rigida, come se l'aria accumulata in respiri affannosi le si solidificasse dentro. Mentre diventa una statua di pietra e il peso del suo corpo immobile la trascina verso terra, prova finalmente un grande senso di pace.

lunedì 2 luglio 2018

Ultimo giorno di scuola


"Così anche lei si sente insicura, piccola, e crede di non essere abbastanza, proprio come me."
T.P., 15 anni

15 maggio. Oggi mi sembra che il mio braccio sinistro sia più lungo di ieri. Forse perché mi ci sono addormentato sopra dopo basket, ero stanco morto e puzzavo di cane e volevo solo dormire al calduccio nel mio sudore e insomma poi mi sono risvegliato col braccio tutto informicolato e mi sembra proprio che adesso sia più lungo, boh. Chissà se lei lo nota. Si è accorta che mi sono tagliato i capelli da solo, figurati se le sfugge il braccio allungato.
Devo finire i compiti, altrimenti non posso uscire. Certo, potrei passare per la portafinestra, ma poi la mamma mi becca comunque e finisce che mi tiene in punizione per tutto il weekend e non si può fare, il sole è così tanto che adesso scoppia e ho i piedi che vanno da soli, praticamente sono già al parco. Ho due materie sotto e manca un mese alla fine e lo so che devo studiare ma c'è troppa luce e ho il cuore che rimbalza come il pallone da basket, finirà per sfondarmi la maglietta così lo vedranno tutti, anche lei.
Non sono bravo con le fini, forse perché sono abituato che subito dopo ci sono da fare i conti. La scuola ad esempio, è stupendo quando finisce però poi ci sono le pagelle e tutta la scenetta delle mamme ansiose davanti ai quadri e i figli con gli occhi bassi che annusano l'aria di giugno e fremono come cani però devono tenere botta finché non è finita la manfrina. L'anno scorso Carlone rischiava di brutto, aveva tre materie ed è venuto a vedere i quadri con la faccia grigia ma la testa alta e quando ha letto ammesso con riserva ha cacciato un urlo che hanno fatto tutti un salto ed è schizzato fuori tirando madonne di gioia e alla fine è rientrato, ha abbracciato sua mamma ed è sparito, non l'abbiamo più visto fino a settembre. Io invece ero stato ammesso senza debiti però non ho fatto niente, nemmeno un balletto tipo Maori prima della partita (e sì che sono bravino), qualche pacca sulle spalle tra noi maschi della classe e via in bici nei campi, con mia mamma che non ha detto niente però sorrideva.
Quest'anno invece la vedo male, ero partito in forma ma adesso non ne ho più e il peggio è che vorrei solo starmene fuori a giocare a basket, con il pallone al posto del sole che ogni volta che faccio canestro lui tramonta e finisce la giornata e poi ricomincia con io che prendo la mira e così via, sempre.

1 giugno. Mancano nove giorni! Ce la posso fare (forse). Lei è tesissima, non le si può parlare, ha paura di prendere matematica e forse anche italiano, dice che non sa scrivere, che i pensieri in testa ce li ha chiari ma poi non sa come metterli giù e la capisco bene, per me è lo stesso. A volte mi sembra che siamo proprio simili, tipo a lei dà un sacco fastidio Ivan che ha l'alito pesante, si vede proprio che smania quando lui le fiata addosso ma non glielo direbbe mai perché ha l'apparecchio eccetera, e quindi piuttosto fa la nervosa con le amiche ma a lui non dice niente. É un po' lo stesso con Paco a basket, ovvio che mi dà fastidio che è lento e si fa fregare sempre sui passaggi ma mica posso dirglielo, lo sanno tutti che sua mamma beve. A dire il vero una volta qualcuno l'ha preso in giro facendo il gesto del bicchiere e lui è diventato improvvisamente calmissimo, è andato da quello che aveva fatto il gesto e gli ha spaccato il naso con un pugno. Forse siamo solo due ipocriti, ci piace sentirci buoni quando invece le persone non hanno nessun bisogno della nostra compassione.
Comunque, inglese l'ho tirato su, resta solo una materia a rischio. Si gioca il tutto per tutto in una settimana. Solo che c'è il sole, la finale di girone che non so nemmeno se mi convocano, la festa di istituto, e il sole. Vorrei che mi stesse tutto in tasca, così potrei tirare fuori una cosa per volta, capirla per bene e rimetterla via.

10 giugno. Finita! Cazzo, sì! Tre mesi di azzurro, zampironi, anguria fin dentro i polmoni, piedi neri di sabbia e terra, palloni scortecciati da tutte le volte che rimbalzano sul campo, gelati e sigarette (non quelle della mamma però, che l'ultima volta se n'è accorta). Ai tabelloni c'eravamo tutti, lo squadrone completo. Carlone bocciato, stavolta non c'era scampo, ha visto i quadri e ha fatto uno sguardo da pirata, una risatina ed è sparito, cicca in bocca, sua mamma non c'era. Tutti gli altri promossi, lei ha preso solo matematica, mi ha abbracciato forte e poi mi ha detto vieni, devo dirti una cosa. Siamo andati in palestra, l'odore che c'è lì mi rassicura sempre, mi sembra di avere il pallone da basket al posto del cuore e di poter controllare i battiti come quando palleggio. Stavolta però insomma, sudavo come un opossum e non sapevo cosa fare con le mani, con la bocca, niente. Per fortuna c'era lei, si vedeva che non sapeva niente come me però continuava a tenermi le mani e non si è nemmeno accorta che ho un braccio più lungo dell'altro, o forse sì e non le importava, forse è proprio questo che le piace, sono tutto strano e fatto di pezzi che non c'entrano niente tra di loro ma per qualche motivo stanno assieme e mi fanno intero, come un animale che non si sa bene che cos'è, e mentre lei mi teneva le mani ho pensato che forse è questo l'amore, non sapere niente e rotolarsi nella vita senza capo né coda, però insieme.







lunedì 7 maggio 2018

Gina


Gina ogni mattina passa almeno cinque minuti a toccarsi i capelli, ci infila le dita dentro e li carezza dalla base alle punte, seguendo le loro onde coi polpastrelli come a disegnare un mare in burrasca. Si dice che da giovane fosse bellissima e la sua chioma di ricci avesse fatto quasi impazzire il maresciallo dei carabinieri, che per lei aveva disertato i suoi doveri provocando un'ondata di furti e scassi come non si era più vista dal '45, quando la libertà aveva dato alla testa a tutti e si poteva comprare una radio rubata in piazza per mille lire. Gina però aveva preferito sposare Enzo, che faceva il fornaio e lavorava a una temperatura di quaranta gradi, poi usciva per andare a prenderla con il corpo ancora caldo e quando facevano l'amore lei si sentiva squagliare fino dentro le vene. Per uno scherzo del destino è morto per un colpo di calore in spiaggia tre estati fa, e Gina è rimasta sola.
Deve pensare al marito, Gina, quando prende il pane da tavola e se lo mette nel piatto senza mangiarlo, covandolo come un tesoro. Mangia tutto il resto ma il pane no, e non c'è verso di portaglielo via, bisogna aspettare la fine del pasto e solo allora Gina lascia che il piatto venga ritirato, con il pane intatto. Magari lo fa perché il pane è più duro delle pietanze da anziani e ogni tanto non le riesce di masticare bene, muove la mascella in modo scoordinato, perché non si ricorda più come si fa. Una volta le hanno portato via il pane dal piatto mentre guardava fuori dalla finestra e quando se n'è accorta ha fatto una scenata tale che ci sono volute tre persone per calmarla, strillava e piangeva come una bambina che fa i capricci. Il pane, o Enzo, Gina non l'ha dimenticato. Tutto il resto scivola via giorno dopo giorno, sbiadiscono i nomi dei figli, il giorno delle nozze, il volto della madre, il nero dei suoi ricci che facevano impazzire. Quando ogni mattina Gina li accarezza non si sa cosa pensa, o se pensa. Ma mentre piano piano si dimentica come parlare, le sue mani conservano la memoria della bellezza, del pane, dell'amore.